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BRIGANTI E SCIGLIANO |
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Il termine Brigante fu
introdotto dai francesi, scesi in Italia Meridionale nel 1799, per
indicare coloro che ad essi si opponevano. Era questo un termine nuovo
nella lingua napoletana, e lo aveva sempre ignorato il legislatore: a
Napoli erano sempre stati indicati come banditi o fuorbanditi i fuorilegge
datisi alla macchia e come proditores, distinti dai primi, i ribelli scesi
in armi contro il potere costituito. Questo termine, con cui i francesi
indicavano sia gli eroi che i delinquenti comuni, ebbe fortuna. Brigante
viene usato ancora oggi. Brigante continua ad essere definito
nella storiograria italiana colui che dopo aver preso le armi in difesa
del proprio paese, fu presto abbandonato, dopo i primi successi, proprio
da chi aveva assunto l’iniziativa e il comando della insurrezione contro
l’invasore ed i suoi fautori. |
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Scigliano, come
Università ( comunità ) appartenente al Regno di Napoli con tutti
suoi Casali fino al 1820, ebbe un ruolo di primo piano nella
nascita del brigantaggio inteso come fenomeno di resistenza ai
Francesi "giacobini" .
Per dimostrare questa
affermazione inquadriamo il periodo storico: |
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A partire dall'anno 1797, a
coronamento della campagna napoleonica d'Italia, sorsero le cosiddette
repubbliche giacobine. Nel 1798 sorse la repubblica romana: il vecchio
pontefice Pio VI fu costretto a fuggire da Roma e a rifugiarsi nel Regno
di Napoli. Il re di Napoli, con l'aiuto inglese e sollecitato dal papa, si
mosse contro la repubblica romana e riuscì a cacciare momentaneamente i
francesi da Roma. Alla notizia della perdita di Roma, il Direttorio
francese dichiarò guerra al Regno di Napoli. Il generale Championnet, con
la sua armata, il 23 gennaio 1799 entrò in Campania e occupò Napoli,
proclamando la repubblica partenopea. Pio VI fu fatto prigioniero e
trasportato in Francia dove morì poco dopo. Intanto la famiglia reale
Borbonica, a bordo di una nave inglese, era già fuggita in
Sicilia. |
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In tutte le piazze fu piantato
l'albero della libertà. Appena quattro giorni dopo la proclamazione della
repubblica partenopea, il re Ferdinando a Palermo accolse con favore e
soddisfazione un audace piano messo su dal cardinale calabrese Fabrizio
Ruffo (di S. Lucido) per riconquistare il regno perduto. Nominato Vicario
Generale, il cardinale sbarcò in Calabria nel febbraio del 1799 con
pochissimi seguaci. Ma, promettendo al popolo l'abolizione delle tasse, in
breve riuscì a raccogliere un vero e proprio esercito, chiamato l'Armata
della Santa Fede per sottolineare l'aspetto religioso oltre che sociale
che egli conferiva alla sua impresa. Il 7 marzo il Ruffo giunse a
Maida. Il suo esercito contava già oltre quattordicimila uomini. Ben
presto in tutti i paesi si diffuse a macchia d'olio la controrivoluzione
sanfedista che, tra violenze, stragi e saccheggi, stroncò dappertutto
l'esperimento repubblicano. Un ruolo determinante, in questa direzione
giocarono Scigliano e, Conflenti, che ben presto influenzarono tutto il
resto del comprensorio. A
Scigliano il capo del movimento 'realista' era il possidente Rosario
Nicastro il quale, insieme al figlio Raffaele, al fratello Giuseppe e al
parroco don Gregorio Bartoletti, procedette alla costituzione
di pattuglie armate concordando un'alleanza con i controrivoluzionari di
Conflenti guidati dal sindaco Alberico Vecchi, dal vicesindaco Francesco
Baccari e da tutto il clero. L'azione congiunta di queste forze portò
all'abbattimento degli alberi della libertà in tutti i paesi vicini. In
seguito il Cardinale Ruffo riuscì ad arrivare a Napoli e restituire il
Regno al Re Ferdinando . |
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Il 14 febbraio 1806 le truppe
francesi occuparono Napoli e sul trono s'insediò il fratello di Napoleone,
Giuseppe Bonaparte. Le armate francesi dopo aver sbaragliato le forze
Borboniche occupano anche la Calabria , dando inizio ad una serie di
soprusi e scorrerie come un qualsiasi invasore. La scintilla scoccò a
Soveria Mannelli Casale di Scigliano. Era il 22 marzo, secondo giorno di
primavera e , il francese che comandava il drappello che presidiava il
borgo insidiò una bella giovane donna del luogo. Alle grida della donna,
accorsero i paesani guidati da un contadino, Carmine Caligiuri , e i
quattordici francesi del drappello vennero massacrati. la costituzione
di una prima banda di insorgenti fu l'inevitabile conseguenza del
comportamento assunto dalle forze francesi i cui capi consentono il
saccheggio dei paesi occupati. I contadini che hanno seguito il Caligiuri sulle montagne
assistono, impotenti e pieni di odio, all'incendio del loro paese disposto
dai francesi per vendicare la morte del loro ufficiale ucciso perché aveva
insidiato una donna del luogo. La loro reazione è legittima: il 25 marzo
attaccano un convoglio francese e il 26, sempre più numerosi, affrontano
un reparto armato che non riesce a disperdere i ribelli e due giorni dopo,
spintisi sul versante tirrenico, assalgono Scigliano. I francesi
resistono all'attacco e questa volta hanno il sopravvento sugli insorti.
Caduto in combattimento Carmine
Caligiuri, pochi sfuggono alla reazione francese e si danno alla
macchia . I francesi continuano ad irritare con il loro comportamento e
con le loro pretese le popolazioni dei paesi occupati: le maniere dei
vincitori - scrive Luigi Maria Greco nei suoi Annali calabresi -
"provocano contrasti ingranditi da discrepanza di favella, da stranezza
diforme, da aggravi... da saccheggi... da ricerche di donne a vitupero, da
chiese profanate fatte caserme, da requisizioni ingorde, da allegrezze che
tra le pubbliche sofferenze sembravano strazi ed insulti per le
popolazioni offese e vilipese." I Francesi si scatenarono con violenza
inaudita e la guerra, da ambo le parti, fu efferata e senza quartiere. Il
31 luglio 1806 vi fu la proclamazione dello stato di guerra nella
Calabria. Si tratta di uno dei pochi provvedimenti formali nella storia
dell'umanità, per legittimare le azioni di ferocia inaudita che i Francesi
inflissero alle popolazioni della Calabria. |
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Gli occupanti reagivano così
anche perché, abituati a trionfare in tutta l'Europa, non potevano mai
immaginare di incontrare una resistenza così tenace proprio in questa
sperduta regione. Ma nonostante questo la Calabria restò in guerra fino
alla fine della dominazione francese, nonostante nel 1808 diventasse re
Gioacchino Murat. I Francesi abolirono per legge la feudalità, come se
un'istituzione secolare potesse essere eliminata per decreto; provvidero
alla ridefinizione delle circoscrizioni comunali, aumentandone in modo
considerevole il numero. Poi misero in vendita i residui beni
ecclesiastici. I fondi ceduti furono 500, dei quali quasi il 40% vennero
acquistati da Emanuele de Nobili, barone di Simeri. |
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Il resto andò a chi possedeva
cedole del debito pubblico nazionale,cioè ad alti borghesi, ai grandi
burocrati dello Stato e ai nobili. In definitiva questa alienazione dei
beni della Chiesa aveva di fatto favorito l'estensione del latifondo e
accentuato l'importanza di chi possedeva cospicue somme di denaro.
Tutto il contrario dei sacri princìpi della Rivoluzione Francese
(ndr). Da qui l’odio dei briganti verso i nobili. E con questi
provvedimenti, e simili argomenti, unitamente alla guerriglia che senza
soste insanguinò la regione per l'intero decennio, la Calabria, secondo
qualche storico, «usciva dal secolare isolamento». Vorrei inoltre
puntualizzare che gli Inglesi seguivano ed appoggiavano da vicino le gesta
dei Briganti che raccoglievano tra le file anche monaci, probabilmente la
leggenda di Robin Hood altro non è che la trasposizione
spazio-temporale delle gesta dei nostri briganti. |
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| In questo contesto ricordiamo due Briganti locali non
menzionati |
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Giosafatte Talarico nato nell'
odierno Panettieri ( ex Casale di Scigliano ), l'ultimo brigante
condannato a morte e ucciso per decapitazione davanti al tribunale di
Catanzaro. |
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Paolo Mancuso detto PARAFANTE, nacque a
Serra di Scigliano nel 1783. Partecipò all’impresa del
cardinale Ruffo e svolse diverse azioni per conto degli inglesi, brigante
temutissimo era tra i più potenti della Calabria insieme a Fradiavolo,
Panedigrano, Francatrippa. Un resoconto dettagliato delle sue
gesta si può leggere nei detti documenti: Note Essenziali riportati
da Mozzillo, "Cronache .... op. cit., pp- 1079-80 e 1091-1110 Il primo
afferma che Parafante fu ucciso il 13 febbraio 1811 nel bosco di Migliuso
dagli uomini dell’aiutante generale Iannelli: il secondo, il 14 nel bosco
di Camello, vicino a Feroleto, dopo un violento scontro. Il suo corpo fu
esposto in una gabbia di ferro a Scigliano. La sua testa fu portata
per molti paesi, poi fu portata dal signor tenente
generale Manhès in Cosenza, come pure la testa degli altri compagni. E
questi le fecero a vari pezzi, e distribuiti per vari luoghi" .
Questo racconto è confermato anche da L. M. GRECO, op. cit., II, p. 398,
che ci informa che un fratello di Parafante era prete il quale finì
impiccato a Nicastro dai francesi insieme ad una sorella, mentre gli
altri quattro fratelli di Parafante erano di " d’indole brava
". |
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Altre fonti non citate: "Eroi
Briganti" Francesco Saverio Nitti; "Conflenti" Vincenzo
Villella; "parcostorico.it" sito web; "cronache di poveri
briganti" Giuseppe Marino. |
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F.D. |
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